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articoli e recensioni
I GIORNI DELL'IBISCO
I GIORNI DELL'IBISCO
Collana: Visioni
Traduzione: VALERIO PIETRANGELO
ISBN: 978-88-96052-05-1
Pagine: 168
Data di pubblicazione: gennaio 2009
 
I Giorni dell'ibisco
ARTICOLO Il Foglio, 06 Marzo 2009

Nato a Karachi, in Pakistan, nel 1955, ma londinese dal 1970, Aamer Hussein è un esponente apprezzato di quella letteratura della diaspora proveniente dal subcontinente indiano che ha dimostrato, negli ultimi anni, grande vitalità e grande capacità di conquista dell’attenzione del pubblico. Merito, forse, di quella poetica dello sradicamento nella quale così naturalmente si può rispecchiare la condizione umana nella postmodernità.
Questi nove racconti, per la prima volta tradotti in italiano – da Valerio Pietrangelo, che in una nota introduttiva spiega la difficoltà di renderne la dimensione polifonica – sono stati scritti in un arco di tempo che va dagli anni Ottanta a oggi. Si tratta di composizioni sofisticate nel loro rigore, ricercate nella loro semplicità apparente, che rivelano a ogni passo l’influenza della tradizione letteraria urdu e persiana, delle quali Aamer Hussein è profondo conoscitore, oltre a quella della cultura indo-musulmana, dalla quale lo scrittore proviene e verso la quale conserva l’atteggiamento di identificazione tormentata che forma il tessuto, l’umore, il mondo di riferimenti dai quali nascono le sue storie.
Sono storie che intessono sui rivolgimenti di un mondo scosso da violente tensioni politiche e sociali le trame dei destini dei singoli. L’agitarsi della storia è però soltanto lo sfondo, mai il fulcro della narrazione, che riguarda piccoli uomini fragili e tenaci, in bilico tra diversi paesi, diverse culture, diverse attrazioni. Destini segnati dalla lontananza, dall’esilio, dalla speranza ostinata di una nuova e buona vita, di altre patrie in altri continenti. Oppure ricalamitati nella terra d’origine, per scoprire che patria non è più.
La scrittura di Hussein ha un andamento da poesia classica e, a tratti, da racconto favolistico, e mostra una capacità di uso “magico” della parola che rafforza, invece di minare, il realismo della narrazione. In “Nove cartoline da Sanlucar”, il protagonista-narratore viaggia in Andalusia con un’amica. Va a trovare la sorella, in una casa dal grande giardino profumato, dove ci sono i gelsomini, ma non i “frangipani, diversamente da Karachi”. A questa precisa e quasi infantile sensazione di mancanza, sebbene formulata soltanto nel pensiero, la sorella risponderà, senza saperlo: “L’albero di frangipani che ho piantato sarà in fiore la prossima volta che verrai…”.
Il racconto che dà il titolo alla raccolta, “I giorni dell’ibisco”, è datato “1986-2006”. Vi si narra del poeta Armaan, artista entusiasta che ama il Pakistan e ci tornerà, lasciando Londra, perché non sopporta di essere l’intellettuale “che cerca la sua dimensione giusta nell’esilio occidentale e non sul suolo patrio”.
Alla sua morte, avvenuta in modo misterioso dopo una drammatica perdita di sé, la voce narrante dell’amico ripercorre le tappe di un sodalizio, il loro, forte e tormentato.
Di Armaan gli arriveranno in lascito diciannove squisiti componimenti in prosa che diventeranno poi “I giorni dell’ibisco”, “poesie d’amore per una sola donna e per il corpo materno e per i figli di un paese intero”. La moglie del narratore lo lascerà, mentre è impegnato nella traduzione in inglese di quei componimenti, e soltanto alla fine del racconto sapremo perché.
I personaggi disegnati da Hussein con la precisione del calligrafo non sono soltanto intellettuali. C’è, tra gli altri, la ricamatrice Tabinda, malmaritata a un uomo fedifrago, decisa a lasciare la casa dei suoceri, a Lahore, per tornare dai genitori, nella casetta di Lalukhet, con la sua bambina.
Da quella decisione si dipaneranno le vicende di una vita inaspettata, costruita sulla miracolosa capacità della donna di dare forma al bello.
E Tabinda, mentre ricama instancabile il nuovo disegno della propria esistenza, troverà chi riuscirà a “scuoterla dal suo inverno senza sogni”.

Nicoletta Tiliacos
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