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24 Maggio 2011
Infinito numero - intervento di Andrea Guidi

Nella Diagonale di Pitagora ad un passo dall’epilogo i due amanti “si trovavano nel ventre del promontorio, sotto tonnellate di roccia e sotto il tempio, nel buio più totale, senza riuscire neppure a intravedere un chiarore provenire dall’imbocco del tunnel, sentivano soltanto il fragore del mare pochi metri sotto di loro. In quel buco completamente oscuro, distesi sul terre­no freddo uno di fianco all’altra, erano consapevoli di tutta la drammaticità della loro situazione. [...] Rimasero in silenzio, trattenendo il respiro. Dall’alto proveniva un rumore di roccia che si sgretolava, qualcuno stava scivolando sul terreno friabile sopra di loro. [...] stretti l’uno contro l’altra, per lunghi minuti. Quando la loro ansia si acquietò, allentarono la presa e si parlarono.”

Nel pericolo e nell’intimità parlarono, s’interrogarono sulle ragioni dell’assassinio che li aveva costretti in quella situazione tragica, arrivarono infine a confrontarsi sul significato di “infinito”. Duemilacinquecento anni dopo, anche noi, continuiamo a chiederci cos’è l’infinto, o almeno, cos’è l’infinito in matematica?

Pensiamo, semplicemente, a un numero qualsiasi degli infiniti numeri che hanno infinite cifre - una bambina era convinta che 20.019 fosse il numero più grande che ci sia, suo padre la fece riflettere: “..e 20.019+1?” e la bambina prontamente: “Però, c’ero andata vicino!” - oppure pensiamo a un numero decimale che dopo la virgola ha infinite cifre. Dietro a quella virgola, sporgendosi come da un dirupo, iniziamo a percorrere con gli occhi le cifre che continuano a formarsi una dietro l’altra dietro l’altra senza fine.

Pensiamo a un numero che si può dire in tre parole: “radice di due”, è uno dei casi fortunati, ci sono altri infiniti casi in cui tre parole non ci bastano per esprimere un numero. Radice di due, uno virgola quattro uno quattro due uno tre cinque sei… senza periodicità: non si può trovare una sequenza che ripetuta costituisca quel numero, dunque varia sempre per sempre. Dietro a quella virgola, scorrendo la sequenza di numeri per noi senza significato, dopo la milionesima cifra potremmo trovare il nostro numero di cellulare; non ce ne stupiremmo e non potremmo certo rivolgerci al garante accusando “radice di due” di violazione della privacy.

Se ogni cifra o coppia o terna di cifre rappresentasse un codice, per esempio un qualsiasi codice alfabetico o meglio alfanumerico - dove sono codificate oltre alle lettere anche le cifre numeriche, come nei computer che sono digitali quindi numerici, 65 potrebbe essere A, 66 B e 90 Z -, dietro a quella virgola, forse, a cominciare dal miliardesimo posto potremmo trovare codificato la mail o l’sms che abbiamo inviato un’ora fa al nostro migliore amico e… quello che gli invieremo domani. Più avanti potremmo riconoscere l’elenco telefonico della nostra città, Pinocchio, i Promessi sposi, Guerra e Pace, i quotidiani usciti oggi in edicola e tutti quelli che saranno pubblicati in futuro, e anche questo paragrafo, forse tutti i libri scritti del mondo, tutti i libri che si potrebbero scrivere ma non si scriveranno mai, e se il pensiero fosse linguaggio tutti i pensieri fatti e che si faranno. Jorge Luis Borges scrive in Finzioni: “La Biblioteca di Babele è totale i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici, cioè tutto ciò che è dato di esprimere, in tutte le lingue… Tutto… La storia minuziosa dell’avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo fedele, l’Evangelo gnostico di Basilide, il commento di questo Evangelo, il commento al commento di questo Evangelo, il resoconto veridico della sua morte, la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri”. Naturalmente la maggioranza dei libri o pensieri che seguono la virgola di radice di due è un groviglio di simboli che non ha per noi senso alcuno.

Nell’intimità i due amanti trovarono una risposta e nell’imminenza del pericolo cercarono di metterla a fuoco, ma “sapevano ormai che non potevano indugiare ancora in quel luogo, con la luce dell’alba prima o poi avrebbero individuato l’ingresso della grotta.

Arrivò il primo chiarore, poi il suo riverbero sull’orizzonte del mare, e così uscirono lentamente dal nascondiglio, cominciando a ripercorrere la breve scoscesa parete fino a issarsi sull’ultima roccia, e da lì fino allo scalino più basso del tempio nuovo. I primi raggi di sole illuminavano l’edificio che sembrava operare magie nel colore rosato di quell’alba, restituendo quelle tonalità amplificate dai cristalli del marmo e dai pigmenti vividi dei colori dei rilievi decorati completati da poco.

Sentirono la potenza della divinità e in essa quella dell’uomo.”

Andrea Guidi 1 maggio 2011

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